Francesco,in Italia,
ogni anno
1400 bambini
si ammalano di cancro.

* Dato Italia. Fonte:
Registro Tumori AIRTUM 2017

Dal 3 al 23 febbraio puoi sostenere Fondazione Umberto Veronesi donando al 45516 per dare ai bambini e ai ragazzi malati di tumore la speranza di combattere questa terribile malattia e diventare grandi.

Ci aiuterai a sostenere il costo di gestione e avviamento di un protocollo internazionale di cura sulla leucemia linfoblastica acuta pediatrica che rappresenta il 75% dei casi di leucemia infantile e in Italia colpisce oltre 400 bambini.

Questo protocollo si propone di valutare l’efficacia di terapie innovative che permetteranno di aumentare il tasso di sopravvivenza dei piccoli malati e di arrivare a curarli tutti.

Invia un sms o chiama da rete fissa il 45516.

Francesco,

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consentirai l’acquisto di 150 vetrini per studiare le cellule tumorali al microscopio

dona € 45

sarà possibile analizzare il DNA di 6 pazienti per individuare mutazioni genetiche collegate al tumore

dona € 90

sosterrai un giorno di lavoro di 2 ricercatori impegnati a trovare nuove cure contro i tumori

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supporterai la ricerca scientifica sui tumori di bambini e adolescenti.

importo libero

Le storie

La mia vita oltre la leucemia

La storia di Alice

Aveva soltanto 3 anni la piccola Alice, quando i suoi genitori scoprirono che la loro unica figlia era stata colpita da una leucemia linfoblastica acuta, il più diffuso dei tumori del sangue tra i bambini.

«Aveva tre anni, ma l’energia non era quella di tutti i suoi coetanei: era sempre stanca, pallida, quasi diafana», è quanto ricordato da sua mamma Manuela, che alla comparsa dei primi lividi sulle gambe non procrastinò ulteriormente la visita al pronto soccorso dell’ospedale San Raffaele di Milano. Il responso giunse in poche ore: Alice aveva una Leucemia Linfoblastica Acuta. «Fui presa in carico dai medici del San Gerardo di Monza, dove effettuai prima la chemio e poi la radioterapia. Terapie continue, per tre anni. Persi i capelli quando andavo all’asilo: cominciai a capire di non stare bene, ma per me era troppo presto per capire cosa fosse un tumore. E poi avevo affianco i genitori e i nonni, che non hanno mai lasciato trasparire segni di cedimento». A seguire l’iter dei controlli. «Partono da lì i miei ricordi: per fortuna però la malattia non ha più fatto capolino».

«In molti, nel tempo, mi hanno chiesto quanta paura avessi avuto nel corso degli anni successivi. La mia risposta è stata sempre la stessa: zero. O comunque non mi sono mai sentita in pericolo più di quanto non potessero esserlo le altre persone. Ho sempre vissuto i controlli come una routine, d’altra parte tutto si è sempre risolto con un prelievo». Eccola, la prima lezione di Alice. La sua adolescenza, d’altra parte, è trascorsa come quella dei suoi coetanei: illiceo classico, i primi amori, lo sport (nuoto, tennis e volley) e le vacanze(«Sono la mia passione, assieme agli animali»). Poi l’università, la laurea in sociologia e l’ingresso nel mondo del lavoro.

Oggi Alice lavora come cacciatrice di teste in una multinazionale e vive per dare ossigeno ai suoi hobby: i viaggi, il mare e la pesca. Fa quasi effetto scriverlo, legando queste passioni a una ragazza nata a Milano e cresciuta a Varese, che oggi fa la frontaliera e lavora nel Canton Ticino. Un pieno di energia, perché basta parlare con chi il cancro lo ha superato per capire che in quel petto c’è una benzina diversa da quella con cui marciano tutti gli altri, ogni giorno. «Sono fidanzata, convivo da diversi anni e ho in mente di allargare la famiglia». Diventare mamma rappresenterà probabilmente l’ultima frontiera del rapporto con la malattia. «Capirò a fondo cosa provarono allora i miei genitori e quali sensazioni registrano i miei coetanei che oggi giocano una partita così difficile, con i propri figli. L’unico consiglio che mi sento di dare loro è di essere sempre positivi: i tassi di sopravvivenza sono cresciuti sensibilmente, rispetto a quanto mi ammalai io». Alzi la mano chi è convinto che non si possa andare oltre il cancro.

L'alba di un nuovo giorno

La storia di Leoluca

La famiglia di Leoluca scopre la malattia oncologica del figlio quando lui aveva solo 14 anni. La malattia è un tornado che si abbatte sulla famiglia, sui genitori e sui fratelli di Leoluca, in un periodo di grandi difficoltà economiche.

Così, mentre tutte le energie sono messe in campo per far quadrare i conti, il tumore atterra nella loro casa di Taranto. La scoperta è quasi fortuita, la ricaduta devastante. Gli psiconcologi lo dicono da tempo: la diagnosi è uno tsunami che s’abbatte nel giardino fiorito che fino a quel momento è stata la vita. Ma la malattia, superate le prime asperità, può anche diventare un’occasione di miglioramento personale.  Perché, se arriva il lieto fine, si impara cosa vuol dire essere felici. Il cancro cambia le priorità e ridefinisce le gerarchie, ma visto con la lucidità di chi ha attraversato il campo minato insegna a rispettare la vita e a restituire il bene che s’è ricevuto. A riconoscere ciò che abbiamo. A capire che la felicità è esserci, adesso.

La mamma di Leoluca vive tutto il dolore di quest’esperienza, mentre con il cuore in mano dà forma allo stato d’animo di una famiglia. Le sensazioni che si provano nei mesi in cui si affronta la malattia sono le più disparate: sbigottimento e coraggio, paura e determinazione, ansia e solidarietà, rabbia e incertezza. Sono questi i giorni sospesi, per l’appunto. Mentre Leoluca è un adolescente che, come tutti i ragazzi cresciuti a Taranto, ama giocare a calcio. E che a un pallone deve la scoperta della malattia, un sarcoma al polpaccio: poteva essere l’inizio della fine, s’è trasformata nell’alba di un nuovo giorno. La suo esperienza è estenuante: gli accertamenti diagnostici, l’intervento, le terapie da affrontare, i controlli periodici. Un iter che è il prologo di quella speranza che fa tenere per mano tutti i malati di cancro, con le loro famiglie: sentirsi guariti. Il lieto fine giustifica la sfibrante attesa. Oggi Leoluca è maggiorenne e tra pochi giorni affronterà gli esami di maturità. I giorni sospesi sono alle spalle, la paura evidentemente non ancora del tutto. Ma adesso c’è una vita da affrontare, senza guardare con sospetto le cicatrici lasciate dalla malattia.